Il mio inesorabile peggioramento

Tra i miei numerosi difetti ne ho uno che sta indigesto anche a me. Ogni volta che qualcuno fa una figuraccia, oppure dice qualcosa di troppo, di scomodo, di imbarazzante, di poco ragionato, ogni santa volta che qualcuno commette una gaffe nei miei confronti mi sento in dovere di non aumentare l’imbarazzo, di pensare “non se ne sarà reso/a conto”, di cambiare discorso per evitare di creare in loro disagio. Ogni volta mi sento in dovere di giustificare i gesti, le parole. La verità è che non tutti agiscono bonariamente. Forse è questo diventare peggiori, iniziare a credere che le persone dicano o facciano cose con il preciso intento di ferire. Non vederne più il buono, non riuscire più a fidarsi. Sono diventata una persona peggiore, però non in molti si affrettano a darmi torto, a farmi cambiare pensiero.

Allora le domande tornano. C’è del buono nelle persone? Esistono ancora i bei gesti? C’è ancora speranza nell’umanità?

Per quanto mi riguarda ho smesso di rispondere e mi godo il mio lento ed inesorabile peggioramento.

Pubblicato in Pensieri e parole | Lascia un commento

Cheesecake ai frutti di bosco

In questa lunga quarantena ho deciso di alleviare le mie pene con i dolci, e quella che vi propongo oggi è una golosa cheesecake ai frutti di bosco.
L’elemento essenziale di cui avrete bisogno è il tempo. Infatti richiede diverse ore, tra frigo e freezer, per freddarsi ed essere gustata al meglio. Senza indugio né preamboli vi scrivo subito la ricetta!

Per la base:
200 gr Biscotti Digestive
100 gr Burro fuso

Per l’impasto:
300 gr Frutti di bosco (freschi o congelati)
200 gr Zucchero (150 gr impasto e 50 gr per i frutti di bosco)
250 ml Panna fresca
175 gr Formaggio spalmabile
250 gr Mascarpone
18 gr Colla di pesce
Un bicchierino di limoncello

Tortiera: con cerniera e di circa 22-24 cm

Preparazione: tritiamo i biscotti fino a renderli quasi una polvere e mescoliamo con il burro che dobbiamo aver fuso precedentemente. Schiacciamo bene il tutto sul fondo della tortiera per creare la nostra base e mettiamo in frigo per circa 30 min.
Mettiamo una pentola sul fuoco e versiamo i frutti di bosco girandoli con 50 gr di zucchero per caramellarli (basteranno pochi minuti). Prendiamo poi la colla di pesce e la lasciamo ammorbidire in un piatto con dell’acqua fredda. Una volta ammorbidita la strizziamo bene e la mettiamo in un pentolino sul fuoco con un bicchierino di limoncello fino a scioglierla. Frulliamo il mascarpone insieme al formaggio spalmabile e a 150 gr di zucchero. Montiamo poi la panna e la aggiungiamo a quest’ultimo composto (mascarpone e spalmabile). Uniamo i frutti di bosco precedentemente caramellati, lasciandone una parte per la guarnizione esterna. Frulliamo tutto e aggiungiamo infine la colla di pesce precedentemente sciolta.
Riprendiamo ora dal frigo la nostra tortiera e versiamo sulla base ormai solida il composto che abbiamo ottenuto. La mettiamo nel freezer e la lasciamo lì per almeno 4 ore . A questo punto la nostra cheesecake sarà solidificata bene e potremo andare a guarnirla con i restanti frutti di bosco caramellati. Lasciamo nel frigo ancora un po’ e la serviamo fredda.

Vi giuro che è da leccarsi i baffi, anche se non ho fatto in tempo a fare foto decenti prima di mangiarla perché eravamo davvero trepidanti e non sono riuscita a fermare l’ingordigia nei miei familiari in tempo!
In ogni caso questo è il risultato finale!

IMG_20200425_164112IMG_20200425_164453

Provatela anche voi e fatemi sapere cosa ne pensate, aspetto con desiderio di scoprire se è piaciuta anche a voi tanto quanto è piaciuta a me!

Un caloroso abbraccio

The Hidden Girl

Pubblicato in Dolci Ricette | Contrassegnato , , , , , , , | 4 commenti

Il blog al tempo della quarantena

Salve a tutti, amici. È davvero un’eternità che non scrivo sul mio blog!

I mesi sono passati, anche se a me sembra giusto ieri che vi aggiornavo sull’andamento degli esami, e così anche questa avventura è ufficialmente terminata, posso gridarlo con gioia!

Il 4 febbraio scorso mi sono finalmente laureata, giusto in tempo per l’ultima sessione pre-pandemia! È stata una bellissima emozione, riesco ad assaporare ancora oggi i momenti di ansia che hanno preceduto il colloquio fino a quelli di totale libertà e leggerezza che hanno invaso la mia mente appena mi hanno proclamato dottoressa. È finita! È finalmente finita!!!

Avere vicino parenti e amici che hanno festeggiato e gioito con me è stata forse la cosa più importante di tutte, che alla fine mi ha fatto apprezzare pienamente la giornata.

Una settimana dopo l’evento mi trovavo su un aereo diretta a Lisbona, una città che ho girato in lungo e in largo per quasi una settimana e che ho amato profondamente nonostante la malinconia della sua musica folkloristica e il cielo grigio quasi ogni giorno. In quella stessa settimana abbiamo festeggiato la mia laurea, il compleanno del mio ragazzo, San Valentino e il nostro anniversario: insomma, ogni giorno avevamo qualcosa per cui brindare, per cui arrivare sobri la sera era un compito arduo!

Il tempo di tornare che mi sono catapultata in breve nella situazione di attuale sconforto che ci vede protagonisti ogni giorno, ovvero la pandemia e la relativa quarantena. Voi come sopravvivete a questa condizione fatta di restrizioni e limiti, dove i baci e gli abbracci non sono consentiti e la distanza è d’obbligo? Non pensavo di riuscire a sopportarlo, ma sono passati 2 mesi ormai e sembra che una timida riapertura sia alle porte, anche se non sono sicura sia un bene. Torneremo alla fase 1 se non ci comporteremo con responsabilità e rischiamo di perdere di nuovo tutto quello che abbiamo sacrificato durante il lockdown. Il lavoro deve ripartire e dobbiamo mangiare, eppure questo senso di inadeguatezza e disagio non passa. Sarà che mi sono abituata ormai alla chiusura, a lasciare il mondo fuori in attesa che questo virus maledetto ci lasci in pace.

Fatemi sapere cosa pensate di questa situazione per poterne discutere insieme, perché nell’unità c’è la forza!

Un saluto a distanza

The Hidden Girl

Pubblicato in Pensieri e parole | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , | 7 commenti

E che ultimo esame sia!

Sono (quasi) arrivata alla fine del percorso che ha riempito la mia vita per oltre 8 lunghi anni. La laurea è vicina e io sono felice, come potrei non esserlo? Ho sofferto, pianto, mi sono disperata, ma da qualche giorno controllo il mio libretto universitario ogni 20 minuti, per verificare che io abbia sostenuto davvero l’ultimo esame della mia carriera universitaria, e non sia stato solo un sogno! Ancora non ci credo!

Siamo a settembre e il mio tirocinio va a gonfie vele. Non ho fatto ferie, sono stata una settimana al mare con il libro di diritto penale sotto il naso per tutto il tempo. Mi aspetta una operazione ai denti del giudizio che sono messi in una posizione terribile e che richiederà una convalescenza di una settimana. Sono comunque fiduciosa che il mio impegno sarà ripagato, la mia vita da 3 mesi consiste in una routine rigidissima: tirocinio, studiare, mangiare, dormire. Il giorno in cui devo sostenere l’ultimo esame arriva, ho studiato, magari non come avrei voluto ma non è facile quando si sta 8 ore al giorno fuori casa d’estate con il caldo e la stanchezza. Mi faccio coraggio, mi siedo. Inizio a parlare, non vedo il coinvolgimento da parte del professore che solitamente percepisco quando vado ad un esame. Svogliato incrocia le braccia e capisco che qualcosa non va. Mi chiede perché non ho il codice, rispondo che l’ho dimenticato a posto, “Lo vada a prendere”. Mi alzo in mezzo all’esame, tutti mi guardano, mi chiedono cosa sia successo, “Sei bocciata?”. Non ancora, penso. Prendo il codice e torno alla scrivania. Mi chiede un articolo, lo leggo, lo spiego. “Lei parla una lingua molto strana, mi toccherà tradurre quello che sta cercando di dirmi, che peraltro è sbagliato”. Mi blocco. Mi sta prendendo in giro, sta giocando con me come il gatto fa col topo, quando si sarà annoiato mi butterà. Eppure ho fatto del mio meglio. Fa niente. Questo professore ha la fama di essere un po’ stronzo, non me la prendo. Gioca con il mio libretto tra le mani mentre mi chiudo nel mio mutismo. “Bene, arrivederci” dice cantando quasi. Esco dalla stanza e mi viene un groppo in gola. A cose fatte non credevo ci sarei stata male. Incrocio altri ragazzi che hanno avuto la mia stessa sorte. “È la quarta volta che lo provo, non so più come fare per passarlo”, mi dice uno. “Io ho la tesi pronta, sto aspettando di passare solo questo esame, è un incubo” dice un altro. Gli studenti lì intorno annuiscono, sono già stati rimandati diverse volte. A questa sessione sono passati in 2 su 18. La media è terribile. Torno a casa sconsolata, mi aspetta ancora un mese di tirocinio e poi potrò studiare in santa pace.

A metà ottobre il tirocinio finisce, il giorno dopo mi aspetta un’altra operazione all’altro dente del giudizio, un’altra settimana di convalescenza. Adesso che ci sono, mi rendo conto che il tempo che mi è rimasto non è poi così tanto. A inizio novembre ci sarà di nuovo l’esame. Poco prima del mio compleanno, spero non me lo rovinerà! Inaspettatamente il professore acconsente alla richiesta di pochi studenti a cambiare la data dell’esame ad una settimana dopo quella prevista. Pochi giorni dopo il mio compleanno. Ora sicuramente sarà rovinato! I miei genitori insistono per festeggiare comunque con qualche regalo e una bella torta. “Che tu sia promossa o meno all’esame non è giusto rinunciare a festeggiare il tuo compleanno”. Mi pare giusto. Pochi giorni dopo mi trovo di nuovo davanti alla scrivania del professore. Tremo di paura, è l’ultima chance per laurearmi a dicembre, dopodiché dovrò aspettare di nuovo altri 2 mesi. Vorrei davvero finire tutto prima di dicembre, e regalarmi un Natale sgombro di pensieri e di ansia! Prima che io possa pensare a come potrebbero essere i prossimi mesi se riuscissi a lasciarmi tutto alle spalle, il professore mi fa una domanda e le mie paure prendono forma. “Peccato”, riesco solo a pensare. Scena muta finché non decide che ne ha abbastanza e mi silura nel giro di 2 minuti. È finita, penso. Passo una settimana di inferno, piango, mi dispero. Non lo passerò mai più. Non mi è mai capitato in tutta la carriera universitaria di ridare un esame per più di una volta, adesso che questa regola è stata tradita chissà quante volte mi toccherà ridare questo esame prima di passarlo.

Dicembre è iniziato e io sono in agitazione. Se non dovessi farcela neanche stavolta so che avrò solo un’altra occasione per potermi laureare a febbraio. Sono entrata in un meccanismo di incertezza, chissà tra quanto riuscirò a finire di questo passo. Lo sconforto mi accompagna per tutto il mese dopo l’ultima volta che ho provato a dare l’esame. Passo le sere a studiare davanti al camino, con tanta tristezza e poca fiducia ormai. Ma ci siamo, e devo tirare avanti, devo stringere i denti, tanto nel bene o nel male tutto finirà comunque presto.

In questo giorno di metà dicembre fa freddo e io mi ritrovo di nuovo a torcermi le dita dal banco di un’aula che puzza di sudore e paura. Prima di me sono state passate 3 persone, due dei quali con 26 e una col 18, ma le domande erano difficili e loro sono stati bravi. Il resto dei ragazzi ha fatto scena muta. Sono le 11 e mi gira la testa. Mi siedo davanti alla cattedra, sono pronta alla battaglia! La prima domanda piomba su di me ma io non ho più paura. Inizio a parlare disinvolta, spigliata, non lo faccio parlare, non mi fermo. Non permetterò che prenda il controllo, non gli lascerò umiliarmi come le altre volte. Questa volta si gioca ad armi pari e gli dimostrerò che merito rispetto da parte sua. È soddisfatto, così arriva la seconda domanda. Metà dell’opera è compiuta, mi manca tanto così per arrivare a quello che voglio. Forse ho una possibilità. La domanda la so, l’ho studiata, ci ho messo un pomeriggio intero per capire l’argomento e ne è valsa la pena. La mia spiegazione non si interrompe mai, il coraggio che sento dentro si espande oltre confini inimmaginabili. Mi prende in contropiede con una domanda, ci ragiono qualche secondo, ma non farà scena muta, non questa volta. Rispondo, sicura di me, e riprendo da dove ero rimasta con la mia spiegazione, come se non mi importasse del suo modo di mettermi in difficoltà. Parlo per altri pochi secondi quando mi interrompe. “Va bene, va bene, basta così”. Adesso sorride e so che forse, FORSE, è davvero la fine. Scrive qualcosa su un foglio e lo cerchia. “Le sta bene questo voto?”. Guardo. 27. Mi tremano le gambe ma la voce non mi tradisce. “Assolutamente” dico con il sorriso di chi vanta la sicurezza di ciò che si merita, niente più niente meno. Mentre invece dentro di me il tripudio di gioia mi sta facendo solleticare il cuore. Mentre lui sorride e apre il libretto mi dice “Vedo che questo voto è una certa costante nella sua carriera”. “Meno male!” rispondo io. Gli offro la mia mano in segno di rispetto e saluto, “in bocca al lupo per tutto” mi dice. Mi sento bene e mentre mi alzo e senza pensare ad altro urlo dentro di me: “Andiamo a Berlino! Andiamo a prenderci la coppa!”.

È finita così, con un pianto liberatorio in cortile mentre ero al telefono con mia mamma, che pensava mi avesse bocciato per via della mia voce rotta. Ha pianto anche lei con me, poco dopo, quando ci siamo incontrate fuori dall’università dove mi aspettava. È stato un momento emozionante, bellissimo. Devastante anche. Non è facile, dopo 8 anni, abituarsi a non avere più l’ansia di un esame da studiare, di passare o non passare. Non è facile abbandonare la routine di sconforto e tristezza che assale nel passare le vacanze in casa o con i libri. Ma anche se tutto questo non scompare con un colpo di spugna, sicuramente adesso la mia testa viaggia libera versi lidi nascosti che finora ha osato solo immaginare.

Il giorno dopo del mio ultimo esame mi sono ammalata, il mio corpo ha lasciato andare tutto il malessere che ha trattenuto fino al giorno prima dell’esame, dove già stava arrancando con un po’ di mal di gola e dolori influenzali. L’adrenalina e un antinfiammatorio non mi hanno permesso di rilassarmi finché non ero sicura che il peggio era passato. Oggi è il 23 dicembre, e fino a ieri sera ho avuto la febbre a 38. Avrei sperato di passarlo diversamente questo Natale, ma vi dico la verità: che io lo passi da malata o no, sicuramente lo passerò da persona che ha finito gli esami e che finalmente a febbraio si laureerà! E non c’è niente che mi importi davvero se non questo! Quindi viva me e la mia ritrovata felicità, anche dopo così tanto tempo che si era assopita sotto un ammasso di libri e di difficoltà.

Con il racconto della mia avventura/disavventura colgo l’occasione per augurarvi vacanze bellissime. Che possiate passarle con i vostri affetti, con le vostre cose preferite. Vi auguro tanta felicità, perché è ciò che ognuno si merita dopo una lunga battaglia, di qualsiasi genere. Vi auguro un Natale gioioso e spensierato, e se così non sarà vi auguro di trarre il meglio da ogni situazione, per non arrendervi mai a cercare quello che ci sembra di non trovare mai, ma che in fondo basta accettare dentro di noi. Un augurio a noi, anime perse che non abbiamo amato abbastanza noi stessi un po’ prima. Non è mai troppo tardi per essere felici.

Infine grazie a chiunque legga questo pezzo di vita quotidiana che fa parte di me, per la vostra presenza e la vostra attività nel mio blog. Siete anche voi la mia famiglia da qualche anno, e vi voglio bene!

Vi abbraccio fortissimo!

The Hidden Girl

Pubblicato in Pensieri e parole | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | 4 commenti

2 novembre

«La morte non è nulla. Non conta.
Io me ne sono solo andato nella stanza accanto.
Non è successo nulla.
Tutto resta esattamente come era.
Io sono io e tu sei tu e la vita passata che abbiamo vissuto così bene insieme
è immutata, intatta.
Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora.
Chiamami con il vecchio nome familiare.
Parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato.
Non cambiare tono di voce,
Non assumere un’aria solenne o triste.
Continua a ridere di quello che ci faceva ridere, di quelle piccole cose che tanto ci piacevano quando eravamo insieme.
Sorridi, pensa a me e prega per me.
Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima.
Pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza.
La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto:
È la stessa di prima,
C’è una continuità che non si spezza.
Cos’è questa morte se non un incidente insignificante?
Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista?
Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo.
Va tutto bene; nulla è perduto
Un breve istante e tutto sarà come prima.
E come rideremo dei problemi della separazione quando ci incontreremo di nuovo!»

Henry Scott Holland, teologo e scrittore britannico – “Death is nothing at all”

Pubblicato in Pensieri e parole | Lascia un commento

Ogni tanto, una gioia

Cari amici,

Sono passati già molti mesi dall’ultima volta che ho scritto qui. Ricordate la storia del tirocinio? Se non vi viene in mente qui potete trovare l’articolo dai tratti disperati e sconfortanti che mi turbavano in quel periodo → “La spirale infernale dei tirocini”.

Sono qui per raccontarvi com’è finita questa vicissitudine. Il messaggio di oggi per fortuna è di speranza. Per la prima volta mi verrebbe da urlare: “Finalmente, ogni tanto, una gioia!”. Come avrete capito la mia storia ha un lieto fine. Per lo meno fino a qui!

Dopo la totale assenza dello studio a cui mi ero rivolta ho deciso che non avrei indugiato oltre. Ho chiamato un secondo studio professionale e mi hanno risposto che con rammarico dovevano dirmi di no a causa dei molteplici impegni che vedeva impegnato tutto lo studio in quel periodo (eravamo a giugno, mese vicino alla scadenza di varie dichiarazioni). Nonostante questo, l’uomo con cui ho parlato mi ha incoraggiato: “Non si abbatta, davvero. A settembre saremo più liberi, ci ricontatti. Non molli!”. Non mi ha detto niente di ché, eppure è stato così rassicurante che avrei voluto abbracciarlo. Mi ha dato la carica per affrontare il problema, mi ha fatto capire che avrei avuto un’ultima spiaggia (cosa non scontata) a cui far riferimento se le cose fossero andate davvero molto male. Infatti non potevo permettermi di aspettare fino a settembre per sistemare la questione. Se c’era anche solo una possibilità di laurearmi a dicembre l’avrei sicuramente bruciata iniziando il tirocinio in quel periodo, non avrei mai fatto in tempo a finirlo.

Come ultimo tentativo disperato ho contattato il Tribunale della mia provincia. Con mia grande sorpresa mi hanno risposto dopo pochissime ore chiedendomi un colloquio il giorno dopo. Ovviamente, reduce da una delusione cocente, non mi sono fatta aspettative per evitare di restare male come l’ultima volta. Ora immaginatemi quel giorno: mi presento al Tribunale, le guardie di sicurezza all’entrata mi fermano, mi prendono la borsa, la rigirano come possono per capire se sono una potenziale assassina o pazza, io sconvolta che li guardo con le gambe che tremano. Ma chi diavolo c’è mai stato in quel posto per sapere come funziona?! Superato il primo impatto terrificante faccio il colloquio, il dirigente è molto disponibile, mi chiede dove vorrei lavorare, “Sezione Lavoro” rispondo sicura, non mi rendo esattamente conto in che cosa mi sto cacciando. La butto lì, senza nemmeno molta convinzione interiore. Eppure apparentemente pare che ne abbia espressa molta, tanto che il dirigente, fiero quasi della mia decisione, compila immediatamente il progetto formativo. “Quando vuole iniziare?” mi chiede, e sento le campane suonare a festa dentro di me. Incredula penso <Ma veramente farò il tirocinio qui?>. Nel giro di 2 ore avevo in mano i documenti necessari per iniziare il tirocinio, firmati e compilati a dovere. Avrei voluto piangere di felicità.

Mi presento come avevamo stabilito 15 giorni dopo alle 8 e mezza. Entro, sicura. Guardo intorno a me il cortile all’interno di questo edificio quadrato. Sono emozionata, da qui in poi inizia una nuova avventura, sto diventando grande! Mi avvicino agli uffici, e una guardia mi rincorre urlandomi: “Ma dove va? Non si può entrare prime delle 9!”. Mi blocco, le gambe tremano di nuovo. Sì, devo avere dei problemi con le figure autoritarie! Rispondo a fatica con la bocca impastata: “Ma io sono una tirocinante, mi hanno detto di entrare a quest’ora”. Mi aspetto che mi prenda a braccetto e mi trascini fuori mentre scalpito urlando “ma io devo lavorare qui!”. Invece lui mi guarda, e la sua espressione severa lascia lo spazio ad un sorrisone e mi dice “Prego, vada!”. Il primo giorno non pensavo che lo avrei mai detto, ma da quel momento in poi è stato un susseguirsi di esperienze meravigliose che pensavo non avrei mai fatto. Forse le delusioni servono a questo, a permetterti di vivere qualcosa di bello che altrimenti ti saresti perso.

Sono grata e sarò grata in eterno a questa grande famiglia che mi ha accolto e mi ha permesso di fare una esperienza fuori dal comune. Sono stata trattata da pari, mi sono state insegnate molte cose interessanti, che a livello istituzionale non vengono insegnate nelle università, e i professori non hanno idea di quanto perdano i loro studenti senza questa pratica attuazione di ciò che studiano. Adesso, conscia del bagaglio culturale che mi porto dietro, sono contenta di non essere finita in uno squallido studio a fare fotocopie e a guardare gli altri lavorare. A livello relazionale mi sono affezionata moltissimo a tutto il personale della cancelleria, mi hanno fatto fare molto, mi hanno fatto sbocciare. Uno dei giudici mi ha preso sotto la sua ala, mi ha insegnato moltissimo, mi ha aperto un mondo che non sapevo esistesse. Poter stare accanto a lui durante le udienze mi ha arricchito. Non tutti hanno questa opportunità, persino lui inizialmente era titubante. Ma dopo aver accettato di farmi partecipare ci ha preso così tanto gusto ad avermi vicino che a volte veniva a cercarmi per chiedermi se avrei voluto assistere. A lui, più di tutti, mi sono legata. L’ho incontrato il giorno prima di finire il tirocinio, gli ho chiesto se sarebbe stato in ufficio il giorno dopo perché ci tenevo a salutarlo. L’ho visto così spaesato che mi ha fatto tenerezza. Non si aspettava di dovermi già salutare! Mi ha detto che purtroppo sarebbe partito per la sua città natale a cui fa ritorno spesso nei weekend. Ci siamo salutati e mi ha augurato il meglio.

Il mio ultimo giorno di tirocinio è stato emozionante. Avevo portato dei pasticcini per ringraziare chiunque ha voluto camminare un tratto di strada di questo percorso insieme a me. A sorpresa, in mattinata, è passato il giudice dalla cancelleria. “Allora è l’ultimo giorno?” mi ha detto, sorridendo orgoglioso. Il mio cuore si è riempito di gioia come la prima volta che ho partecipato alle sue udienze. Ha chiesto alla sua assistente quand’è che sarei andata via, li ho visti parlottare fuori dalla porta e lei in seguito mi ha spifferato tutto. “Ci tiene tanto, si è affezionato, è molto dolce con te” mi ha detto lei, e ho capito quanta fortuna ho avuto ad essere stata al posto giusto nel momento giusto, dopo tanta delusione. All’ora di pranzo ho sistemato tutte le paste sul tavolo di uno dei collaboratori, aiutata dall’assistente del giudice. Abbiamo chiamato tutti, è venuto anche lui nonostante il suo impegno. Mi hanno riempita di complimenti, di affetto, e di tanti tanti auguri per il futuro. È stato emozionante, un tripudio di gioia e felicità che non scorderò mai.

Ho finalmente concluso il mio percorso da tirocinante, e spero che si concluda presto anche quello da universitaria, perché là fuori c’è la vita.

La conclusione di tutto questo? Il lieto fine esiste, esistono le belle storie. Come c’è scritto nel libro Il Piccolo Principe “devo pur sopportare qualche bruco se voglio conoscere le farfalle, sembra che siano così belle!”.

The Hidden Girl

Pubblicato in Pensieri e parole | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , | 6 commenti