E che ultimo esame sia!

Sono (quasi) arrivata alla fine del percorso che ha riempito la mia vita per oltre 8 lunghi anni. La laurea è vicina e io sono felice, come potrei non esserlo? Ho sofferto, pianto, mi sono disperata, ma da qualche giorno controllo il mio libretto universitario ogni 20 minuti, per verificare che io abbia sostenuto davvero l’ultimo esame della mia carriera universitaria, e non sia stato solo un sogno! Ancora non ci credo!

Siamo a settembre e il mio tirocinio va a gonfie vele. Non ho fatto ferie, sono stata una settimana al mare con il libro di diritto penale sotto il naso per tutto il tempo. Mi aspetta una operazione ai denti del giudizio che sono messi in una posizione terribile e che richiederà una convalescenza di una settimana. Sono comunque fiduciosa che il mio impegno sarà ripagato, la mia vita da 3 mesi consiste in una routine rigidissima: tirocinio, studiare, mangiare, dormire. Il giorno in cui devo sostenere l’ultimo esame arriva, ho studiato, magari non come avrei voluto ma non è facile quando si sta 8 ore al giorno fuori casa d’estate con il caldo e la stanchezza. Mi faccio coraggio, mi siedo. Inizio a parlare, non vedo il coinvolgimento da parte del professore che solitamente percepisco quando vado ad un esame. Svogliato incrocia le braccia e capisco che qualcosa non va. Mi chiede perché non ho il codice, rispondo che l’ho dimenticato a posto, “Lo vada a prendere”. Mi alzo in mezzo all’esame, tutti mi guardano, mi chiedono cosa sia successo, “Sei bocciata?”. Non ancora, penso. Prendo il codice e torno alla scrivania. Mi chiede un articolo, lo leggo, lo spiego. “Lei parla una lingua molto strana, mi toccherà tradurre quello che sta cercando di dirmi, che peraltro è sbagliato”. Mi blocco. Mi sta prendendo in giro, sta giocando con me come il gatto fa col topo, quando si sarà annoiato mi butterà. Eppure ho fatto del mio meglio. Fa niente. Questo professore ha la fama di essere un po’ stronzo, non me la prendo. Gioca con il mio libretto tra le mani mentre mi chiudo nel mio mutismo. “Bene, arrivederci” dice cantando quasi. Esco dalla stanza e mi viene un groppo in gola. A cose fatte non credevo ci sarei stata male. Incrocio altri ragazzi che hanno avuto la mia stessa sorte. “È la quarta volta che lo provo, non so più come fare per passarlo”, mi dice uno. “Io ho la tesi pronta, sto aspettando di passare solo questo esame, è un incubo” dice un altro. Gli studenti lì intorno annuiscono, sono già stati rimandati diverse volte. A questa sessione sono passati in 2 su 18. La media è terribile. Torno a casa sconsolata, mi aspetta ancora un mese di tirocinio e poi potrò studiare in santa pace.

A metà ottobre il tirocinio finisce, il giorno dopo mi aspetta un’altra operazione all’altro dente del giudizio, un’altra settimana di convalescenza. Adesso che ci sono, mi rendo conto che il tempo che mi è rimasto non è poi così tanto. A inizio novembre ci sarà di nuovo l’esame. Poco prima del mio compleanno, spero non me lo rovinerà! Inaspettatamente il professore acconsente alla richiesta di pochi studenti a cambiare la data dell’esame ad una settimana dopo quella prevista. Pochi giorni dopo il mio compleanno. Ora sicuramente sarà rovinato! I miei genitori insistono per festeggiare comunque con qualche regalo e una bella torta. “Che tu sia promossa o meno all’esame non è giusto rinunciare a festeggiare il tuo compleanno”. Mi pare giusto. Pochi giorni dopo mi trovo di nuovo davanti alla scrivania del professore. Tremo di paura, è l’ultima chance per laurearmi a dicembre, dopodiché dovrò aspettare di nuovo altri 2 mesi. Vorrei davvero finire tutto prima di dicembre, e regalarmi un Natale sgombro di pensieri e di ansia! Prima che io possa pensare a come potrebbero essere i prossimi mesi se riuscissi a lasciarmi tutto alle spalle, il professore mi fa una domanda e le mie paure prendono forma. “Peccato”, riesco solo a pensare. Scena muta finché non decide che ne ha abbastanza e mi silura nel giro di 2 minuti. È finita, penso. Passo una settimana di inferno, piango, mi dispero. Non lo passerò mai più. Non mi è mai capitato in tutta la carriera universitaria di ridare un esame per più di una volta, adesso che questa regola è stata tradita chissà quante volte mi toccherà ridare questo esame prima di passarlo.

Dicembre è iniziato e io sono in agitazione. Se non dovessi farcela neanche stavolta so che avrò solo un’altra occasione per potermi laureare a febbraio. Sono entrata in un meccanismo di incertezza, chissà tra quanto riuscirò a finire di questo passo. Lo sconforto mi accompagna per tutto il mese dopo l’ultima volta che ho provato a dare l’esame. Passo le sere a studiare davanti al camino, con tanta tristezza e poca fiducia ormai. Ma ci siamo, e devo tirare avanti, devo stringere i denti, tanto nel bene o nel male tutto finirà comunque presto.

In questo giorno di metà dicembre fa freddo e io mi ritrovo di nuovo a torcermi le dita dal banco di un’aula che puzza di sudore e paura. Prima di me sono state passate 3 persone, due dei quali con 26 e una col 18, ma le domande erano difficili e loro sono stati bravi. Il resto dei ragazzi ha fatto scena muta. Sono le 11 e mi gira la testa. Mi siedo davanti alla cattedra, sono pronta alla battaglia! La prima domanda piomba su di me ma io non ho più paura. Inizio a parlare disinvolta, spigliata, non lo faccio parlare, non mi fermo. Non permetterò che prenda il controllo, non gli lascerò umiliarmi come le altre volte. Questa volta si gioca ad armi pari e gli dimostrerò che merito rispetto da parte sua. È soddisfatto, così arriva la seconda domanda. Metà dell’opera è compiuta, mi manca tanto così per arrivare a quello che voglio. Forse ho una possibilità. La domanda la so, l’ho studiata, ci ho messo un pomeriggio intero per capire l’argomento e ne è valsa la pena. La mia spiegazione non si interrompe mai, il coraggio che sento dentro si espande oltre confini inimmaginabili. Mi prende in contropiede con una domanda, ci ragiono qualche secondo, ma non farà scena muta, non questa volta. Rispondo, sicura di me, e riprendo da dove ero rimasta con la mia spiegazione, come se non mi importasse del suo modo di mettermi in difficoltà. Parlo per altri pochi secondi quando mi interrompe. “Va bene, va bene, basta così”. Adesso sorride e so che forse, FORSE, è davvero la fine. Scrive qualcosa su un foglio e lo cerchia. “Le sta bene questo voto?”. Guardo. 27. Mi tremano le gambe ma la voce non mi tradisce. “Assolutamente” dico con il sorriso di chi vanta la sicurezza di ciò che si merita, niente più niente meno. Mentre invece dentro di me il tripudio di gioia mi sta facendo solleticare il cuore. Mentre lui sorride e apre il libretto mi dice “Vedo che questo voto è una certa costante nella sua carriera”. “Meno male!” rispondo io. Gli offro la mia mano in segno di rispetto e saluto, “in bocca al lupo per tutto” mi dice. Mi sento bene e mentre mi alzo e senza pensare ad altro urlo dentro di me: “Andiamo a Berlino! Andiamo a prenderci la coppa!”.

È finita così, con un pianto liberatorio in cortile mentre ero al telefono con mia mamma, che pensava mi avesse bocciato per via della mia voce rotta. Ha pianto anche lei con me, poco dopo, quando ci siamo incontrate fuori dall’università dove mi aspettava. È stato un momento emozionante, bellissimo. Devastante anche. Non è facile, dopo 8 anni, abituarsi a non avere più l’ansia di un esame da studiare, di passare o non passare. Non è facile abbandonare la routine di sconforto e tristezza che assale nel passare le vacanze in casa o con i libri. Ma anche se tutto questo non scompare con un colpo di spugna, sicuramente adesso la mia testa viaggia libera versi lidi nascosti che finora ha osato solo immaginare.

Il giorno dopo del mio ultimo esame mi sono ammalata, il mio corpo ha lasciato andare tutto il malessere che ha trattenuto fino al giorno prima dell’esame, dove già stava arrancando con un po’ di mal di gola e dolori influenzali. L’adrenalina e un antinfiammatorio non mi hanno permesso di rilassarmi finché non ero sicura che il peggio era passato. Oggi è il 23 dicembre, e fino a ieri sera ho avuto la febbre a 38. Avrei sperato di passarlo diversamente questo Natale, ma vi dico la verità: che io lo passi da malata o no, sicuramente lo passerò da persona che ha finito gli esami e che finalmente a febbraio si laureerà! E non c’è niente che mi importi davvero se non questo! Quindi viva me e la mia ritrovata felicità, anche dopo così tanto tempo che si era assopita sotto un ammasso di libri e di difficoltà.

Con il racconto della mia avventura/disavventura colgo l’occasione per augurarvi vacanze bellissime. Che possiate passarle con i vostri affetti, con le vostre cose preferite. Vi auguro tanta felicità, perché è ciò che ognuno si merita dopo una lunga battaglia, di qualsiasi genere. Vi auguro un Natale gioioso e spensierato, e se così non sarà vi auguro di trarre il meglio da ogni situazione, per non arrendervi mai a cercare quello che ci sembra di non trovare mai, ma che in fondo basta accettare dentro di noi. Un augurio a noi, anime perse che non abbiamo amato abbastanza noi stessi un po’ prima. Non è mai troppo tardi per essere felici.

Infine grazie a chiunque legga questo pezzo di vita quotidiana che fa parte di me, per la vostra presenza e la vostra attività nel mio blog. Siete anche voi la mia famiglia da qualche anno, e vi voglio bene!

Vi abbraccio fortissimo!

The Hidden Girl

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2 novembre

«La morte non è nulla. Non conta.
Io me ne sono solo andato nella stanza accanto.
Non è successo nulla.
Tutto resta esattamente come era.
Io sono io e tu sei tu e la vita passata che abbiamo vissuto così bene insieme
è immutata, intatta.
Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora.
Chiamami con il vecchio nome familiare.
Parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato.
Non cambiare tono di voce,
Non assumere un’aria solenne o triste.
Continua a ridere di quello che ci faceva ridere, di quelle piccole cose che tanto ci piacevano quando eravamo insieme.
Sorridi, pensa a me e prega per me.
Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima.
Pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza.
La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto:
È la stessa di prima,
C’è una continuità che non si spezza.
Cos’è questa morte se non un incidente insignificante?
Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista?
Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo.
Va tutto bene; nulla è perduto
Un breve istante e tutto sarà come prima.
E come rideremo dei problemi della separazione quando ci incontreremo di nuovo!»

Henry Scott Holland, teologo e scrittore britannico – “Death is nothing at all”

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Ogni tanto, una gioia

Cari amici,

Sono passati già molti mesi dall’ultima volta che ho scritto qui. Ricordate la storia del tirocinio? Se non vi viene in mente qui potete trovare l’articolo dai tratti disperati e sconfortanti che mi turbavano in quel periodo → “La spirale infernale dei tirocini”.

Sono qui per raccontarvi com’è finita questa vicissitudine. Il messaggio di oggi per fortuna è di speranza. Per la prima volta mi verrebbe da urlare: “Finalmente, ogni tanto, una gioia!”. Come avrete capito la mia storia ha un lieto fine. Per lo meno fino a qui!

Dopo la totale assenza dello studio a cui mi ero rivolta ho deciso che non avrei indugiato oltre. Ho chiamato un secondo studio professionale e mi hanno risposto che con rammarico dovevano dirmi di no a causa dei molteplici impegni che vedeva impegnato tutto lo studio in quel periodo (eravamo a giugno, mese vicino alla scadenza di varie dichiarazioni). Nonostante questo, l’uomo con cui ho parlato mi ha incoraggiato: “Non si abbatta, davvero. A settembre saremo più liberi, ci ricontatti. Non molli!”. Non mi ha detto niente di ché, eppure è stato così rassicurante che avrei voluto abbracciarlo. Mi ha dato la carica per affrontare il problema, mi ha fatto capire che avrei avuto un’ultima spiaggia (cosa non scontata) a cui far riferimento se le cose fossero andate davvero molto male. Infatti non potevo permettermi di aspettare fino a settembre per sistemare la questione. Se c’era anche solo una possibilità di laurearmi a dicembre l’avrei sicuramente bruciata iniziando il tirocinio in quel periodo, non avrei mai fatto in tempo a finirlo.

Come ultimo tentativo disperato ho contattato il Tribunale della mia provincia. Con mia grande sorpresa mi hanno risposto dopo pochissime ore chiedendomi un colloquio il giorno dopo. Ovviamente, reduce da una delusione cocente, non mi sono fatta aspettative per evitare di restare male come l’ultima volta. Ora immaginatemi quel giorno: mi presento al Tribunale, le guardie di sicurezza all’entrata mi fermano, mi prendono la borsa, la rigirano come possono per capire se sono una potenziale assassina o pazza, io sconvolta che li guardo con le gambe che tremano. Ma chi diavolo c’è mai stato in quel posto per sapere come funziona?! Superato il primo impatto terrificante faccio il colloquio, il dirigente è molto disponibile, mi chiede dove vorrei lavorare, “Sezione Lavoro” rispondo sicura, non mi rendo esattamente conto in che cosa mi sto cacciando. La butto lì, senza nemmeno molta convinzione interiore. Eppure apparentemente pare che ne abbia espressa molta, tanto che il dirigente, fiero quasi della mia decisione, compila immediatamente il progetto formativo. “Quando vuole iniziare?” mi chiede, e sento le campane suonare a festa dentro di me. Incredula penso <Ma veramente farò il tirocinio qui?>. Nel giro di 2 ore avevo in mano i documenti necessari per iniziare il tirocinio, firmati e compilati a dovere. Avrei voluto piangere di felicità.

Mi presento come avevamo stabilito 15 giorni dopo alle 8 e mezza. Entro, sicura. Guardo intorno a me il cortile all’interno di questo edificio quadrato. Sono emozionata, da qui in poi inizia una nuova avventura, sto diventando grande! Mi avvicino agli uffici, e una guardia mi rincorre urlandomi: “Ma dove va? Non si può entrare prime delle 9!”. Mi blocco, le gambe tremano di nuovo. Sì, devo avere dei problemi con le figure autoritarie! Rispondo a fatica con la bocca impastata: “Ma io sono una tirocinante, mi hanno detto di entrare a quest’ora”. Mi aspetto che mi prenda a braccetto e mi trascini fuori mentre scalpito urlando “ma io devo lavorare qui!”. Invece lui mi guarda, e la sua espressione severa lascia lo spazio ad un sorrisone e mi dice “Prego, vada!”. Il primo giorno non pensavo che lo avrei mai detto, ma da quel momento in poi è stato un susseguirsi di esperienze meravigliose che pensavo non avrei mai fatto. Forse le delusioni servono a questo, a permetterti di vivere qualcosa di bello che altrimenti ti saresti perso.

Sono grata e sarò grata in eterno a questa grande famiglia che mi ha accolto e mi ha permesso di fare una esperienza fuori dal comune. Sono stata trattata da pari, mi sono state insegnate molte cose interessanti, che a livello istituzionale non vengono insegnate nelle università, e i professori non hanno idea di quanto perdano i loro studenti senza questa pratica attuazione di ciò che studiano. Adesso, conscia del bagaglio culturale che mi porto dietro, sono contenta di non essere finita in uno squallido studio a fare fotocopie e a guardare gli altri lavorare. A livello relazionale mi sono affezionata moltissimo a tutto il personale della cancelleria, mi hanno fatto fare molto, mi hanno fatto sbocciare. Uno dei giudici mi ha preso sotto la sua ala, mi ha insegnato moltissimo, mi ha aperto un mondo che non sapevo esistesse. Poter stare accanto a lui durante le udienze mi ha arricchito. Non tutti hanno questa opportunità, persino lui inizialmente era titubante. Ma dopo aver accettato di farmi partecipare ci ha preso così tanto gusto ad avermi vicino che a volte veniva a cercarmi per chiedermi se avrei voluto assistere. A lui, più di tutti, mi sono legata. L’ho incontrato il giorno prima di finire il tirocinio, gli ho chiesto se sarebbe stato in ufficio il giorno dopo perché ci tenevo a salutarlo. L’ho visto così spaesato che mi ha fatto tenerezza. Non si aspettava di dovermi già salutare! Mi ha detto che purtroppo sarebbe partito per la sua città natale a cui fa ritorno spesso nei weekend. Ci siamo salutati e mi ha augurato il meglio.

Il mio ultimo giorno di tirocinio è stato emozionante. Avevo portato dei pasticcini per ringraziare chiunque ha voluto camminare un tratto di strada di questo percorso insieme a me. A sorpresa, in mattinata, è passato il giudice dalla cancelleria. “Allora è l’ultimo giorno?” mi ha detto, sorridendo orgoglioso. Il mio cuore si è riempito di gioia come la prima volta che ho partecipato alle sue udienze. Ha chiesto alla sua assistente quand’è che sarei andata via, li ho visti parlottare fuori dalla porta e lei in seguito mi ha spifferato tutto. “Ci tiene tanto, si è affezionato, è molto dolce con te” mi ha detto lei, e ho capito quanta fortuna ho avuto ad essere stata al posto giusto nel momento giusto, dopo tanta delusione. All’ora di pranzo ho sistemato tutte le paste sul tavolo di uno dei collaboratori, aiutata dall’assistente del giudice. Abbiamo chiamato tutti, è venuto anche lui nonostante il suo impegno. Mi hanno riempita di complimenti, di affetto, e di tanti tanti auguri per il futuro. È stato emozionante, un tripudio di gioia e felicità che non scorderò mai.

Ho finalmente concluso il mio percorso da tirocinante, e spero che si concluda presto anche quello da universitaria, perché là fuori c’è la vita.

La conclusione di tutto questo? Il lieto fine esiste, esistono le belle storie. Come c’è scritto nel libro Il Piccolo Principe “devo pur sopportare qualche bruco se voglio conoscere le farfalle, sembra che siano così belle!”.

The Hidden Girl

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La spirale infernale dei tirocini

Studiare giurisprudenza a 26 anni, chiedere un colloquio per un tirocinio curriculare e sapere che non mi laureerò mai. Questo è il sunto dell’ultimo mese che ho vissuto, e che ho cercato con tutte le forze di scacciare dalla mente per non deturpare la mia (già fragile) emotività.

Ho quasi finito il mio percorso universitario, mi mancano due esami, e sono piena di speranze. Sono alla ricerca di uno studio professionale che mi dia la possibilità in 250 ore di riscattare tutti questi anni seduta su una sedia a chiedermi perché diavolo non mi sono fumata una canna prima di iscrivermi all’università. Invio la mail a denti stretti e ad occhi chiusi per la paura. Nel giro di due giorni mi rispondono, e sento il cuore fare una capriola e salutarmi contento. “Quando potrebbe venire a fare un colloquio?”, mi chiedono, e la risposta è tanto semplice “Sono a completa disposizione, mi dica lei quando le torna bene”. Il giorno dopo, vestita bene, con la consapevolezza che non c’è margine d’errore (nemmeno chiedessi un lavoro per tutta la vita, ma le cose o si fanno bene o non si fanno) mi presento allo studio. “Salve, lei è la ragazza del colloquio?” mi dice una donna molto giovane, impettita. Sorrido, mi alzo dalla sedia della sala d’attesa e allungo il braccio. <Mano ferma ma gentile> ripeto come un mantra. In fondo il saluto è la prima impressione che si ha dell’interlocutore. Ricambia il saluto con una stretta di mano non particolarmente salda, scaccio la sensazione di viscido e la seguo dentro una stanza. “Allora, studi giurisprudenza? Anche io l’ho fatta, sono un avvocato adesso”. Sorrido, inizio a parlare di me. <Racconta gli eventi più importanti della tua carriera, ma sii concisa> mi ripeto. Sono un po’ tesa ma lei continua a farmi domande, e io con il sorriso vado avanti. <Non è un monologo, sta partecipando al colloquio, e questo va bene. Coraggio!>. Mi pone delle domanda particolari, mi chiede della mia famiglia, mi chiede se vivo da sola. Cerco di riportare il discorso sul tirocinio e su quanto io sarei onorata di poter collaborare con loro per imparare qualcosa sul campo. Mi sorride, e si apre parlandomi di lei. Bingo! Ho fatto una buona impressione, ci accomunano sia l’università che l’istituto tecnico, entrambe veniamo dallo stesso mondo, forse mi capisce. Si alza in piedi, stretta di mano, “Ti chiamerò per concordarci sugli orari, d’accordo? Ti accompagno alla porta”. La saluto, esco dallo studio e mi sembra di volare. Se solo tutti i colloqui fossero così!

Mi concentro al massimo, devo assolutamente dare il meglio, voglio cercare di passare uno dei due esami. Passo due settimane in casa nemmeno fossi l’ultima suora di clausura della Terra, piango, mi dispero. Ma tiro avanti, mi aspetta un tirocinio da fare, e mi devo impegnare se voglio raggiungere i miei obiettivi. Mi presento all’esame e lo passo. 27. Esco dall’aula come se avessi trovato 10.000 € sul mio conto in banca, il mio cuore esplode. Torno a casa e penso “è il momento di sentire a che punto sono le pratiche per il tirocinio”. Chiamo lo studio, mi risponde la segretaria: “Mi dispiace ma la signorina non c’è, potrebbe richiamare tra un’ora?”. “Certamente”, dico. Chiamo ancora, un’ora dopo. “Mi dispiace, ma la signorina è molto occupata, potrebbe lasciare il suo numero di telefono e il suo nome?”. Rispondo, e mi viene detto “Se vuole può mandare una mail! La ringraziamo, arrivederci”. Un po’ confusa mi metto seduta davanti al computer. Scrivo una mail, in cui chiedo se ci sono novità riguardo al tirocinio. Rinnovo il mio interesse a collaborare con lo studio e ringrazio per l’opportunità. Invio la mail. Passa ancora una settimana ma non succede niente. Mi dico che tre settimane sono troppe senza nemmeno un accenno da parte loro. Decido di andare personalmente allo studio, dove trovo un’altra segretaria. “Salve, vorrei chiedervi se ci sono novità per quanto riguarda il tirocinio. Vorrei solo capire i tempi, niente di più, non ho sentito più nessuno e volevo capire se c’è ancora l’opportunità di svolgere qui il tirocinio”. La segretaria mi guarda, le sopracciglia alzate, non capisco se ho fatto una richiesta assurda o se è stupita di come siano andate le cose. “Certamente, se può lasciarmi il nome e il numero riferirò alla dottoressa”. Lascio il mio nome e il numero, il mio sorriso sparisce. <Non puoi tornare a casa ancora senza un nulla di fatto, sono passate più di 3 settimane e non hai più né sentito né visto la dottoressa>. “Senta, io però ho già lasciato il mio nome e il mio numero, ma nessuno mi ha più ricontattata. Vorrei solo capire se i tempi sono normalmente lunghi oppure se non siete interessati, perché purtroppo se non mi organizzo rischio di far saltare la laurea”. Abbozzo un sorriso ma mi pento amaramente <Che cavolo ho detto?!>. La segretaria mi guarda, alza ancora le sopracciglia: “Mi dispiace molto, effettivamente ha ragione, bisogna che lo sappia. Appena vedo la dottoressa le dirò che è stata qui, va bene?”. Cerco di ritrovare il mio sorriso e la ringrazio. Forse ho esagerato? Ma se dopo un mese mi dicessero che non mi vogliono nel loro studio dovrò ricominciare tutto da capo, non posso aspettare così tanto. Esco dallo studio e me ne torno a casa. Cerco di essere positivo e mi dico che ho fatto bene a far capire i miei problemi. Penso che forse finalmente qualcosa si smuoverà. Passano altri 2 giorni, e il cuore si rimpiatta in un angolo del petto, non mi saluta più. Chiamo un’altra volta lo studio, su consiglio dei miei genitori. “Salve, sono passata da voi per sapere se ci sono novità sul tirocinio”. “Ah sì, salve. Senta la dottoressa è a conoscenza del fatto che ha chiamato e che è venuta qui, glielo abbiamo riferito, però non possiamo fare di più, dovrebbe aspettare che sia lei a chiamarla”. Rimango in silenzio, non so che dire. È passato un mese dal colloquio e non è riuscita a trovare un momento per inviarmi due righe in una mail dicendomi qualcosa? <“Gentile signorina X, sono molto impegnata in queste settimane, ma la contatto per informarla che sto procedendo a redigere il progetto formativo per il suo tirocinio. La contatterò appena mi sarà possibile, saluti”. Ho fatto meglio io in 20 secondi che lei in un mese. Forse allora, semplicemente, non è contenta di me e non vuole farmi fare il tirocinio>. “Pronto?” mi riporta alla realtà la segretaria. “Sì, capisco bene, però dal colloquio nessuno mi ha detto più niente, volevo solo capire che tempi ci sono, tutto qui, solo questo. Se i tempi sono lunghi mi metto l’anima in pace ma almeno saprei che volete ancora collaborare con me”. “Ha ragione, io la capisco, ma purtroppo noi segretarie non possiamo fare niente di più di quello che già abbiamo fatto”. “Non è possibile prendere un appuntamento con la dottoressa per parlarle di persona? Mi basterebbero pochi minuti” “Mi dispiace, ma semmai sarà la dottoressa a dirci che vuole prendere un appuntamento con lei, noi non siamo qui per prendere appuntamenti”. Mi tremano le mani. Che comportamento è questo? Quindi se un privato si rivolge a voi per una questione legale vi insegnano a rispondere “Mi dispiace, non siamo qui per prendere appuntamenti, sarà la dottoressa a dirci che vuole prendere un appuntamento con lei. Grazie e arrivederci”? Sticazzi in fondo ce lo mettiamo? Decido che se nel giro di due giorni mi hanno chiamato per un colloquio ma hanno fatto passare un mese senza che nessuno si degnasse di dirmi nemmeno che non erano interessati, forse il messaggio è già chiaro così. Con la differenza che sono stati scorretti e codardi, nonché assolutamente non professionali.

Ho quasi finito il mio percorso universitario, mi manca un esame e non mi laureerò mai.

The Hidden Girl

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Al bivio della nostra amicizia

Ogni riferimento a persone o cose è puramente casuale.

Stiamo mangiando, è una bella giornata. Il rumore della campana ci desta un attimo di preoccupazione, mischiata all’eccitazione. Ci guardiamo. Sparecchio velocemente, Marco prende le chiavi, Mariagrazia si mette il giacchetto. Scendiamo in garage, Marco mette in moto l’ambulanza. Partiamo. La via la riconosco, ci venivo molto spesso anni fa. Il quartiere non mi è più così familiare, ma non me ne faccio una colpa. Marco si ferma, tira il freno a mano.

«Veloci, pulsiossimetro e monitor per la pressione».

Mariagrazia afferra il necessario, io infilo i guanti. Scendiamo, trafelati, e mi rendo conto di dove siamo. Vacillo un attimo, “non può essere”. Marco mi fa un cenno, scatto. Suoniamo al campanello. Ci fanno entrare, ci esortano con un «Dai, muovetevi!». Il primo impatto mi fa una certa impressione, ma decido che adesso le priorità sono altre. Ci fanno salire al primo piano, entriamo nel bagno. A terra vedo distesa una figura che riconosco subito, e il mio cuore perde un battito.

«Daniela!» la chiamo. Reagisce con un mugolio e un pianto mal celato. Mi inginocchio, le misuro la pressione. “I parametri sono buoni” gioisco dentro di me.

«Cosa è successo?» mi rivolgo a sua sorella minore Samantha, che intanto tiene un braccio sotto alla sua testa.

«Non lo so, si stava asciugando i capelli, ha iniziato a sentire dolore alla pancia e si è accasciata a terra».

«Senza nessun motivo?» dice Marco.

«Non so» risponde Samantha, vaga.

Daniela farfuglia qualcosa, come se avesse la bocca impastata. Samantha avvicina l’orecchio alla sua bocca di sua sorella per ascoltare meglio.

«Ah, giusto! Stamani le è iniziato il ciclo» dice, preoccupata.

«Di solito sente dolore?» le chiedo.

«Non così forte» risponde Samantha, senza però smentire.

Marco interviene e le chiede dov’è esattamente che le fa male. Daniela, senza aprire gli occhi, porta una delle sue mani all’inguine, facendo intuire che il dolore sia localizzato in quelle parti.

«Quindi se spingo qui non senti niente?» dice Marco, affondando una mano al centro della pancia di Daniela. Lei scuote la testa. Lui continua a tastare tutto il torace finché non è chiaro che non le fa male nient’altro. Poi mi guarda, io guardo lui. Sposta l’attenzione sui parametri. La sua valutazione è rapida e ponderata, inquadrare una situazione clinica per lui è naturale come respirare. Esce dal bagno. La madre di Daniela, affacciata alla porta, si sposta leggermente indietro senza cedere molti centimetri.

«Signora, i parametri di sua figlia sono buoni, apparentemente sembra che il problema sia proprio il ciclo, quello che possiamo fare noi è portarla al pronto soccorso»

La mamma di Daniela inarca un sopracciglio. “È stizzita” penso.

«E quindi mia figlia avrebbe solo un dolore mestruale?»

Marco la osserva, cerca di capire chi ha di fronte. Il modo in cui parlare fa la differenza, sempre.

«I parametri fanno supporre questo, tuttavia un controllo al pronto soccorso può chiarire ogni dubbio» rilancia lui. La mamma di Daniela sembra aver cambiato di poco la sua espressione. “È un po’ più soddisfatta, anche se non mollerà” riconosco.

«Bene, allora non perdete tempo» dice suo padre dalle scale.

Sono sempre stati protettivi, molto più di altri genitori. E ne hanno avuto motivo, purtroppo. La loro famiglia ha avuto dei momenti belli e dei momenti brutti, io ero lì e conosco ogni dettaglio. Le loro perdite, il loro dolore. Mariagrazia scende a prendere ciò che ci serve. Io mi avvicino quanto posso al corpo di Daniela. Lei apre gli occhi, mi riconosce. Mi chiama per nome.

«Sì, sono io» le sorrido. «Forza, un po’ di coraggio e adesso andiamo al pronto soccorso. Vedrai che starai bene» la tranquillizzo. Le metto una mano sulla fronte, la sua temperatura è giusta. La accarezzo come posso, anche se non mi sento del tutto a mio agio. Voglio solo farle sapere che andrà tutto bene.

Mi chiedo solo adesso se i suoi genitori mi hanno riconosciuto quando sono entrata in casa loro. Del resto sono passati molti anni. Io e Daniela siamo state compagne di classe dall’asilo fino alle superiori. Conoscevo ogni particolare del suo vissuto, della sua quotidianità. Eravamo migliori amiche, poi qualcosa si è spezzato. Alle medie, leggendo il suo diario di scuola, trovai delle scritte poco simpatiche che mi riguardavano. Non le chiesi mai spiegazioni, non ne avevo il coraggio. Ci allontanammo mano a mano. Più ero distante più riuscivo a capire che non eravamo fatte per essere amiche, avevamo modi e tempi diversi di crescere e di pensare alle cose. Non ero più disposta ad ascoltare le chiacchiere, le malignità che rivolgeva a coloro che a giorni alterni erano suoi amici. Ero stanca. Non era quella che avevo conosciuto io, così mollai. Non le parlai più come facevo prima, non mangiavamo insieme a ricreazione, non uscivamo insieme di scuola. Non andavo più a casa sua il pomeriggio.

«Inseriamo il telino sotto di lei, poi la giriamo dall’altro lato e la facciamo scivolare sopra. Pronte? 1, 2, 3» eseguiamo le manovre che Marco coordina. Adesso Daniela è sopra il telino, e si raggomitola dal dolore. Facciamo scivolare le maniglie attorno ai nostri polsi, Marco conta di nuovo. 1, 2, 3. Tiriamo su e il peso di Daniela si distribuisce lungo tutte le nostre braccia. La trasportiamo lungo le scale, sotto l’occhio vigile dei suoi genitori. La adagiamo sulla barella e la copriamo.

«Vengo con voi!» non chiede il permesso, la mamma di Daniela.

«Bene, non ci sono problemi» risponde prontamente Marco. Lo sguardo della signora sembra voler dire “Sarà meglio che non ce ne siano”. È sfrontata, la vita le ha dato molto ma le ha anche tolto. È un’insegnante, e questo ha fatto per tutta la vita. Insegna agli altri. Anche se proprio tutto non sa.

«Può accomodarsi qui» Marco le indica il sedile sull’ambulanza, lei si allaccia le cinture.

«Daniela come va? Un po’ meglio?» chiede Mariagrazia. Daniela farfuglia qualcosa. Gli occhi chiusi, la bocca secca. Che io ricordi ha sempre avuto questi problemi con il ciclo. È sempre stata anche un po’ delicata, ma questo lo tengo per me. Marco ci dà uno sguardo dallo specchietto retrovisore appena prima di partire. Daniela apre gli occhi, allunga la mano. D’istinto la afferro e la porto sul suo grembo.

«Daniela. Che scherzi sono questi? Ci hai fatto preoccupare» le dico, anche se non mi risponde. Sua madre osserva tutto, in silenzio. Poi decide che è il momento di dire qualcosa.

«Chi di voi è il medico?» mi guarda. Questa domanda mi stupisce. Rimango un attimo sbalordita. Lei continua. «So che tu non lo sei di certo. Per questo l’ho chiesto». Mi dice, con una punta di cattiveria. Lascio la mano di Daniela senza accorgermene, e fisso sua madre come una che non ha capito bene la domanda o che non sa rispondere. Effettivamente mi sento proprio così.

Nella mia testa, prepotentemente, si fa largo un ricordo. Vorrei scacciarlo, non è il momento, ma le immagini mi tormentano e non riesco a non pensarci.

Ero ad una veglia serale in ricordo di un defunto. Per caso mi sedetti accanto alla madre di Daniela. La salutai con un sorriso, fece altrettanto. Alla fine della veglia si rivolse a me chiedendomi del mio percorso di studio.

«E che università fai?»

«Giurisprudenza» risposi sorridendo. Il ghigno che le si disegnò in faccia è una delle cose che difficilmente dimenticherò.

«Mamma mia, non potrei mai studiare quelle cose» disse. Immaginavo si riferisse al fatto che è davvero difficile. Tutti me lo dicevano. Ma lo facevano con uno sguardo di terrore mischiato ad ammirazione. Il suo sguardo invece urlava disprezzo nei miei confronti.

«Mi fanno davvero schifo» continuò, quasi soddisfatta. Persi il sorriso di colpo. Rapidamente cambiai d’umore. Con poche parole sgangherate mi aveva demolito. Era stata ingiusta. Certe cose andrebbero solo pensate, non anche dirle.

«Non è per tutti, questa università» le risposi, secca.

«No, certo. A me non interesserebbe mai, comunque. Non capisco come fai!» e salutandomi se ne andò. Avrei voluto gridare di rabbia ma non dissi niente. Daniela non era mai stata una studentessa modello, non era riuscita a fare molto nella sua carriera scolastica, e sua madre aveva sempre aspirato a farla studiare con persone che avessero una media alta. L’unico problema di Daniela è che era riuscita a farsi odiare da tutti. Quella sera, sua madre, espresse solo la sua frustrazione. Negli anni lo avevo capito, ma sul momento rimasi con l’amaro in bocca per giorni. E adesso mi sembra di rivivere quei momenti. Sta cercando di nuovo di farmi sentire una nullità, una persona che non ha raggiunto traguardi, che ha fatto scelte sbagliate. Perché fa così?

Mariagrazia mi guarda e decide di intervenire.

«Nessuno di noi, signora. L’automedica viene attivata solo per gravi emergenze, noi siamo solo dei soccorritori» risponde Mariagrazia al posto mio, e le sono grata perché ancora sono attonita.

«Ah» dice lei, con fare scocciato.

Non riesco a credere che abbia voluto umiliarmi. Lo ha fatto in modo velato, ma è stato pungente come sempre. “Che tu non sei un medico lo so” scimmiotto dentro di me la sua voce. “Sei solo una soccorritrice, sei quasi inutile. E poi che schifo giurisprudenza. So che non sei abbastanza. So che anche se mia figlia non è una cima è migliore di te” continuo ad imitarla. La rabbia mi sale dentro. Guardo Daniela, che con mia sorpresa mi sta fissando. Cerco di sorriderle. In fondo non è colpa sua.

«Siamo quasi arrivati» dico. Sua madre fa un cenno e guarda fuori dal finestrino. Io ingoio il rospo e allontano il mio sguardo. Come vorrei non essere mai stata qui, oggi.

Entriamo nel parcheggio delle ambulanze. Marco tira il freno a mano. Mi alzo, scendo e apro il portellone posteriore. Tiro fuori la barella ed entro in pronto soccorso. Al triage un’infermiera ci chiede cos’è successo. Marco le spiega tutto, mentre io e Mariagrazia procediamo allo sbarellamento.

«Bene, siete liberi. Buon lavoro» ci dice l’infermiera. Mi volto verso Daniela e sua madre. Non riesco a salutarle. Loro guardano l’infermiera come fosse un libro pieno di risposte. Cerco il loro sguardo finché non esco dal pronto soccorso. Ma loro non ricambiano mai. Sembra che debba finire così, come è finita la nostra amicizia. Mi volto definitivamente anche io, e mi rassegno.
Mi avvicino all’ambulanza, tolgo i guanti e apro la portiera. Davanti a me vedo una figura venirmi incontro. È il fratello di Daniela che è giunto al pronto soccorso appena ha saputo. Mi guarda e ho già capito.

«Entra da qui» indico la porta che ho di fianco. «Ti chiameranno i medici appena sanno qualcosa» dico. Lui mi fa un cenno di riconoscenza, e senza dire niente si avvia dentro al pronto soccorso. Lo vedo sparire dietro alle porte automatiche e mentre salgo in ambulanza decido che doveva andare così.

«Dai, torniamo in sede. Oggi sento che usciremo ancora!» dice Mariagrazia. Marco la maledice su due piedi. Ridiamo. Mi sento più libera. Finalmente è finita.

Qualche tempo dopo

Passeggio tranquilla accanto al mio uomo, scherziamo. Samantha mi viene incontro. L’avevo vista, ma mi aspettavo che non mi salutasse. Non abbiamo rapporti da un decennio, e non so perché adesso mi si sia piantata davanti.

«Ciao!» mi saluta. Ricambio il saluto e aspetto che dica altro. «Daniela sta bene. Aveva dolore per colpa del ciclo, come avevate constatato voi. Voleva ringraziarti» mi dice, un po’ imbarazzata. Non so perché abbia sentito il bisogno di dirmelo, ma mi viene a mente che qualche settimana fa Daniela mi aveva mandato la richiesta di amicizia su Facebook. Ci ho pensato per tanto tempo, e alla fine l’ho cestinata senza “accettarla”. Ho pensato fosse davvero una cosa stupida essere amiche virtuali senza esserlo nella realtà. Ma forse voleva solo ringraziarmi. Forse voleva solo farmi sapere che sta bene. Magari voleva dirmi che mi aveva dato la mano perché aveva paura. “Non le ho dato la possibilità” penso. E sento che il dispiacere si fa largo in me. Guardo Samantha. È piccola ma ha un cuore grande.

«L’importante è che adesso stia bene» le sorrido. «Salutala da parte mia, per favore» Le sue guance si colorano di rosso e non so perché, ma mi sento meglio.

«Certo, lo farò. Stammi bene»

«Anche tu»

Ora so cosa è giusto per me. Chi se ne frega di tutto il resto. Chi se ne frega delle parole cattive. Chi se ne frega del passato. Chi se ne frega di quello che non è andato, di quello che ci ha fatto stare male e di quello che ci ha fatto allontanare. Non torneremo amiche. Non torneremo a tenerci per mano mentre ci diciamo che ci vogliamo bene. Non saremo presenti nei momenti più importanti della nostra vita e non avremo le lacrime di felicità l’una per l’altra. E va bene così. Il tempo deve fare il suo corso. Siamo andate avanti. Rimarrà sempre un legame, un filo nascosto, un piccolo segno del fatto che per un tratto del nostro percorso abbiamo camminato insieme. Ma le strade si separano perché ci sia la possibilità di imboccarne altre. È giusto così. Il futuro non sappiamo cosa ci riserba, forse è già stato scritto oppure no. E chissà che le nostre strade non si ricongiungano, un giorno. Ma adesso siamo al bivio della nostra amicizia e, per la prima volta, la nostra decisione conterà qualcosa. Ti porterò nel cuore, ma continuerò a camminare. Vorrei prendere il telefono e augurarti buon viaggio, buona vita. Ma non lo farò.

Il vento spazza via tutti i miei pensieri, lasciandone solo uno in piedi. “Tramonterà anche questo giorno, e domani ne inizierà un altro”. Il mio uomo mi chiede se è tutto ok.

«Adesso sì» .

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La mia prima candelina

Circa un anno fa iniziavo questa meravigliosa avventura su wordpress. Non sono riuscita a fare tutti gli articoli che avrei voluto, ma sono comunque soddisfatta. Non è stato facile, avere un blog significa cura, significa costanza, voglia di fare, di migliorare. Dopo diversi tentativi, la cancellazione delle varie pagine per la paura di non farcela, la rassegnazione, una lunga pausa, la rinascita, l’impegno, la passione… Sono riuscita finalmente a far arrivare ad un anno di vita questo blog (cosa non scontata, appunto) e nonostante tutto non potrei essere più felice. Ogni piattaforma ha la propria “famiglia”, e io sono enormemente grata per aver conosciuto la mia! Quindi grazie a voi amici, che con la vostra presenza mi avete fatto amare questo mondo, che prima mi era pressoché sconosciuto! Grazie per i vostri consigli, grazie per le vostre risposte, per le parole che mi donate, per gli insegnamenti che mi date anche solo con un cenno. Grazie perché cresciamo insieme! Perché mi trasmettete con i vostri articoli tutto quello che io non riesco a scrivere e a dire! Grazie perché è stata una bellissima esperienza fino a qui, e se non ho mollato (e non ho intenzione di farlo) è anche merito vostro!

Quindi tanti auguri a me e al mio blog, posso adesso spegnere la mia prima candelina e imparare finalmente a “camminare” da sola!

A presto,
The Hidden Girl

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