Al bivio della nostra amicizia

Ogni riferimento a persone o cose è puramente casuale.

Stiamo mangiando, è una bella giornata. Il rumore della campana ci desta un attimo di preoccupazione, mischiata all’eccitazione. Ci guardiamo. Sparecchio velocemente, Marco prende le chiavi, Mariagrazia si mette il giacchetto. Scendiamo in garage, Marco mette in moto l’ambulanza. Partiamo. La via la riconosco, ci venivo molto spesso anni fa. Il quartiere non mi è più così familiare, ma non me ne faccio una colpa. Marco si ferma, tira il freno a mano.

«Veloci, pulsiossimetro e monitor per la pressione».

Mariagrazia afferra il necessario, io infilo i guanti. Scendiamo, trafelati, e mi rendo conto di dove siamo. Vacillo un attimo, “non può essere”. Marco mi fa un cenno, scatto. Suoniamo al campanello. Ci fanno entrare, ci esortano con un «Dai, muovetevi!». Il primo impatto mi fa una certa impressione, ma decido che adesso le priorità sono altre. Ci fanno salire al primo piano, entriamo nel bagno. A terra vedo distesa una figura che riconosco subito, e il mio cuore perde un battito.

«Daniela!» la chiamo. Reagisce con un mugolio e un pianto mal celato. Mi inginocchio, le misuro la pressione. “I parametri sono buoni” gioisco dentro di me.

«Cosa è successo?» mi rivolgo a sua sorella minore Samantha, che intanto tiene un braccio sotto alla sua testa.

«Non lo so, si stava asciugando i capelli, ha iniziato a sentire dolore alla pancia e si è accasciata a terra».

«Senza nessun motivo?» dice Marco.

«Non so» risponde Samantha, vaga.

Daniela farfuglia qualcosa, come se avesse la bocca impastata. Samantha avvicina l’orecchio alla sua bocca di sua sorella per ascoltare meglio.

«Ah, giusto! Stamani le è iniziato il ciclo» dice, preoccupata.

«Di solito sente dolore?» le chiedo.

«Non così forte» risponde Samantha, senza però smentire.

Marco interviene e le chiede dov’è esattamente che le fa male. Daniela, senza aprire gli occhi, porta una delle sue mani all’inguine, facendo intuire che il dolore sia localizzato in quelle parti.

«Quindi se spingo qui non senti niente?» dice Marco, affondando una mano al centro della pancia di Daniela. Lei scuote la testa. Lui continua a tastare tutto il torace finché non è chiaro che non le fa male nient’altro. Poi mi guarda, io guardo lui. Sposta l’attenzione sui parametri. La sua valutazione è rapida e ponderata, inquadrare una situazione clinica per lui è naturale come respirare. Esce dal bagno. La madre di Daniela, affacciata alla porta, si sposta leggermente indietro senza cedere molti centimetri.

«Signora, i parametri di sua figlia sono buoni, apparentemente sembra che il problema sia proprio il ciclo, quello che possiamo fare noi è portarla al pronto soccorso»

La mamma di Daniela inarca un sopracciglio. “È stizzita” penso.

«E quindi mia figlia avrebbe solo un dolore mestruale?»

Marco la osserva, cerca di capire chi ha di fronte. Il modo in cui parlare fa la differenza, sempre.

«I parametri fanno supporre questo, tuttavia un controllo al pronto soccorso può chiarire ogni dubbio» rilancia lui. La mamma di Daniela sembra aver cambiato di poco la sua espressione. “È un po’ più soddisfatta, anche se non mollerà” riconosco.

«Bene, allora non perdete tempo» dice suo padre dalle scale.

Sono sempre stati protettivi, molto più di altri genitori. E ne hanno avuto motivo, purtroppo. La loro famiglia ha avuto dei momenti belli e dei momenti brutti, io ero lì e conosco ogni dettaglio. Le loro perdite, il loro dolore. Mariagrazia scende a prendere ciò che ci serve. Io mi avvicino quanto posso al corpo di Daniela. Lei apre gli occhi, mi riconosce. Mi chiama per nome.

«Sì, sono io» le sorrido. «Forza, un po’ di coraggio e adesso andiamo al pronto soccorso. Vedrai che starai bene» la tranquillizzo. Le metto una mano sulla fronte, la sua temperatura è giusta. La accarezzo come posso, anche se non mi sento del tutto a mio agio. Voglio solo farle sapere che andrà tutto bene.

Mi chiedo solo adesso se i suoi genitori mi hanno riconosciuto quando sono entrata in casa loro. Del resto sono passati molti anni. Io e Daniela siamo state compagne di classe dall’asilo fino alle superiori. Conoscevo ogni particolare del suo vissuto, della sua quotidianità. Eravamo migliori amiche, poi qualcosa si è spezzato. Alle medie, leggendo il suo diario di scuola, trovai delle scritte poco simpatiche che mi riguardavano. Non le chiesi mai spiegazioni, non ne avevo il coraggio. Ci allontanammo mano a mano. Più ero distante più riuscivo a capire che non eravamo fatte per essere amiche, avevamo modi e tempi diversi di crescere e di pensare alle cose. Non ero più disposta ad ascoltare le chiacchiere, le malignità che rivolgeva a coloro che a giorni alterni erano suoi amici. Ero stanca. Non era quella che avevo conosciuto io, così mollai. Non le parlai più come facevo prima, non mangiavamo insieme a ricreazione, non uscivamo insieme di scuola. Non andavo più a casa sua il pomeriggio.

«Inseriamo il telino sotto di lei, poi la giriamo dall’altro lato e la facciamo scivolare sopra. Pronte? 1, 2, 3» eseguiamo le manovre che Marco coordina. Adesso Daniela è sopra il telino, e si raggomitola dal dolore. Facciamo scivolare le maniglie attorno ai nostri polsi, Marco conta di nuovo. 1, 2, 3. Tiriamo su e il peso di Daniela si distribuisce lungo tutte le nostre braccia. La trasportiamo lungo le scale, sotto l’occhio vigile dei suoi genitori. La adagiamo sulla barella e la copriamo.

«Vengo con voi!» non chiede il permesso, la mamma di Daniela.

«Bene, non ci sono problemi» risponde prontamente Marco. Lo sguardo della signora sembra voler dire “Sarà meglio che non ce ne siano”. È sfrontata, la vita le ha dato molto ma le ha anche tolto. È un’insegnante, e questo ha fatto per tutta la vita. Insegna agli altri. Anche se proprio tutto non sa.

«Può accomodarsi qui» Marco le indica il sedile sull’ambulanza, lei si allaccia le cinture.

«Daniela come va? Un po’ meglio?» dice Mariagrazia. Daniela farfuglia qualcosa. Gli occhi chiusi, la bocca secca. Che io ricordi ha sempre avuto questi problemi con il ciclo. È sempre stata anche un po’ delicata, ma questo lo tengo per me. Marco ci dà uno sguardo dallo specchietto retrovisore appena prima di partire. Daniela apre gli occhi, allunga la mano. D’istinto la afferro e la porto sul suo grembo.

«Daniela. Che scherzi sono questi? Ci hai fatto preoccupare» le dico, anche se non mi risponde. Sua madre osserva tutto, in silenzio. Poi decide che è il momento di dire qualcosa.

«Chi di voi è il medico?» mi guarda. Questa domanda mi stupisce. Rimango un attimo sbalordita. Lei continua. «So che te non lo sei. Per questo ho chiesto chi fosse tra voi». Mi dice, con una punta di cattiveria. Lascio la mano di Daniela senza accorgermene, e fisso sua madre come una che non ha capito bene la domanda o non sa rispondere. Effettivamente mi sento proprio così.

Nella mia testa, prepotentemente, si fa largo un ricordo. Ero ad una veglia serale in ricordo di un defunto. Per caso mi sedetti accanto alla madre di Daniela. La salutai con un sorriso, fece altrettanto. Alla fine della veglia si rivolse a me chiedendomi del mio percorso di studio.

«E che università fai?»

«Giurisprudenza» risposi sorridendo. Il ghigno che le si disegnò in faccia è una delle cose che difficilmente dimenticherò.

«Mamma mia, non potrei mai studiare quelle cose» disse. Immaginavo che si riferisse al fatto che è davvero difficile. Tutti me lo dicevano. Ma lo facevano con uno sguardo di terrore mischiato ad ammirazione. Il suo sguardo invece urlava disprezzo nei miei confronti.

«Mi fanno davvero schifo» persi il sorriso di colpo. Rapidamente cambiai d’umore. Con poche parole sgangherate mi aveva demolito. Era stata ingiusta.

«Non è per tutti, questa università» le risposi, secca.

«No, certo. A me non interesserebbe mai, comunque» e salutandomi se ne andò. Avrei voluto gridare di rabbia ma non dissi niente. Daniela non era mai stata una studentessa modello, non era riuscita a fare molto nella sua carriera scolastica, e sua madre aveva sempre aspirato a farla studiare con persone che avessero una media alta. L’unico problema di Daniela è che era riuscita a farsi odiare da tutti. Quella sera, quando la incontrai, sua madre espresse solo la sua frustrazione. Negli anni lo avevo capito, ma sul momento mi fece rimanere con l’amaro in bocca per giorni. E adesso mi sembra di rivivere quei momenti. Sta cercando di nuovo di screditarmi, come allora?

Mariagrazia mi guarda e decide di intervenire.

«Nessuno di noi, signora. L’automedica viene attivata solo in casi gravi, noi siamo solo dei soccorritori» risponde Mariagrazia al posto mio, e le sono grata perché ancora sono attonita.

«Ah» dice lei, con fare scocciato.

Non riesco a credere che abbia voluto umiliarmi ancora. “Che tu non sei un medico lo so” scimmiotto dentro di me. “Che schifo giurisprudenza. So che non sei abbastanza. So che anche se mia figlia non è una cima è migliore di te”. La rabbia mi sale dentro. Guardo Daniela, che con mia sorpresa mi sta fissando. Cerco di sorriderle. In fondo non è colpa sua.

«Siamo quasi arrivati» dico. Sua madre fa un cenno e guarda fuori dal finestrino. Io ingoio il rospo e allontano il mio sguardo. Come vorrei non essere mai stata qui, oggi.

Entriamo nel parcheggio delle ambulanze. Marco tira il freno a mano. Mi alzo, scendo e apro il portellone posteriore. Tiro fuori la barella ed entro in pronto soccorso. Al triage un’infermiera ci chiede cosa è successo. Marco le spiega tutto, mentre io e Mariagrazia procediamo allo sbarellamento.

«Bene, siete liberi. Buon lavoro» ci dice l’infermiera. Mi volto verso Daniela e sua madre. Non riesco a salutarle. Loro guardano l’infermiera come fosse un libro pieno di risposte. Cerco il loro sguardo finché non esco dal pronto soccorso. Ma loro non ricambiano mai. Sembra che debba finire così, come è finita la nostra amicizia. Mi volto definitivamente anche io, e mi rassegno.
Mi avvicino all’ambulanza, tolgo i guanti e apro la portiera. Davanti a me vedo una figura venirmi incontro. È il fratello di Daniela che è giunto al pronto soccorso appena ha saputo. Mi guarda e ho già capito.

«Entra da qui» indico la porta che ho di fianco. «Ti chiameranno i medici appena sanno qualcosa» dico. Lui mi fa un cenno di riconoscenza, e senza dire niente si avvia dentro al pronto soccorso. Lo vedo sparire dietro alle porte automatiche e mentre salgo in ambulanza decido che doveva andare così.

«Dai, torniamo in sede. Oggi sento che usciremo ancora!» dice Mariagrazia. Marco la maledice su due piedi. Ridiamo. Finalmente è finita.

Qualche tempo dopo

Passeggio tranquilla accanto al mio uomo, scherziamo. Samantha mi viene incontro. L’avevo vista, ma mi aspettavo che non mi salutasse. Non abbiamo rapporti da un decennio, e non so perché adesso mi si sia piantata davanti.

«Ciao!» mi saluta. Ricambio il saluto e aspetto che dica altro. «Daniela sta bene. Aveva dolore per colpa del ciclo, come avevate constatato voi. Voleva ringraziarti» mi dice, un po’ imbarazzata. Non so perché abbia sentito il bisogno di dirmelo, ma mi viene a mente che qualche settimana fa Daniela mi aveva mandato la richiesta di amicizia su Facebook. Ci ho pensato per tanto tempo, e alla fine l’ho cestinata senza “accettarla”. Ho pensato fosse davvero una cosa stupida. Voleva fossimo amiche, dopotutto? Eppure adesso è tutto più chiaro. Forse voleva solo ringraziarmi. Forse voleva solo farmi sapere che sta bene. Forse voleva dirmi che mi aveva dato la mano perché aveva paura. E che avrebbe voluto ricucire qualcosa. “Non le ho dato la possibilità” penso. E di questo mi dispiace. Guardo Samantha. È piccola ma ha un cuore grande.

«L’importante è che adesso stia bene» le sorrido. «Salutala da parte mia, per favore» Le sue guance si colorano e non so perché, ma mi sento meglio.

«Certo, lo farò. Stammi bene»

«Anche tu»

Ora so cosa è giusto per me. Chi se ne frega di tutto il resto. Chi se ne frega delle parole cattive. Chi se ne frega del passato. Chi se ne frega di quello che non è andato, di quello che ci ha fatto stare male e di quello che ci ha fatto allontanare. Non torneremo amiche. Non torneremo a tenerci per mano mentre ci diciamo che ci vogliamo bene. Non saremo presenti nei momenti più importanti della nostra vita e non avremo le lacrime di felicità l’una per l’altra. E va bene così. Il tempo deve fare il suo corso. Siamo andate avanti. Rimarrà sempre un legame, un filo nascosto, un piccolo segno del fatto che per un tratto del nostro percorso abbiamo camminato insieme. Ma le strade si separano perché ci sia la possibilità di imboccarne altre. È giusto così. Il futuro non sappiamo cosa ci riserba, forse è già stato scritto oppure no. E chissà che le nostre strade non si ricongiungano, un giorno. Ma adesso siamo al bivio della nostra amicizia e, per la prima volta, la nostra decisione conterà qualcosa. Ti porterò nel cuore, ma continuerò a camminare. Vorrei prendere il telefono e augurarti buon viaggio, buona vita. Ma non lo farò.

Il vento spazza via tutti i miei pensieri, e riprendo a camminare. “Tramonterà anche questo giorno, e domani ne inizierà un altro”. Il mio uomo mi chiede se è tutto ok.

«Adesso sì» .

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La mia prima candelina

Circa un anno fa iniziavo questa meravigliosa avventura su wordpress. Non sono riuscita a fare tutti gli articoli che avrei voluto, ma sono comunque soddisfatta. Non è stato facile, avere un blog significa cura, significa costanza, voglia di fare, di migliorare. Dopo diversi tentativi, la cancellazione delle varie pagine per la paura di non farcela, la rassegnazione, una lunga pausa, la rinascita, l’impegno, la passione… Sono riuscita finalmente a far arrivare ad un anno di vita questo blog (cosa non scontata, appunto) e nonostante tutto non potrei essere più felice. Ogni piattaforma ha la propria “famiglia”, e io sono enormemente grata per aver conosciuto la mia! Quindi grazie a voi amici, che con la vostra presenza mi avete fatto amare questo mondo, che prima mi era pressoché sconosciuto! Grazie per i vostri consigli, grazie per le vostre risposte, per le parole che mi donate, per gli insegnamenti che mi date anche solo con un cenno. Grazie perché cresciamo insieme! Perché mi trasmettete con i vostri articoli tutto quello che io non riesco a scrivere e a dire! Grazie perché è stata una bellissima esperienza fino a qui, e se non ho mollato (e non ho intenzione di farlo) è anche merito vostro!

Quindi tanti auguri a me e al mio blog, posso adesso spegnere la mia prima candelina e imparare finalmente a “camminare” da sola!

A presto,
The Hidden Girl

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Come sistemare i pendenti: il dramma delle collane che si aggrovigliano

Pochi giorni fa riordinando la camera ho provato a cercare un metodo facile e agevole per riporre le collane. Avete presente quando le avete sparse in un cassetto o in un beauty Case e queste si ingarbugliano tra loro? È spiacevole perché oltre a rovinarsi, il tentativo di sbrogliarle fa perdere un sacco di tempo fino a farci rinunciare di indossarle.

Il primo metodo che ho usato per molto tempo lo avevo scovato in giro sul web e l’ho apprezzato tantissimo. Si tratta di prendere una gruccia (o appendiabiti, come preferite chiamarlo) in metallo, di quelle che spesso vedete alle lavanderie (io ne avevo una che mi era stata data insieme ad un abito comprato). A questo punto inserite i pendenti nella stecca orizzontale e appendete la gruccia dove più vi torna comodo. Potrete appenderla come un normale appendiabiti dentro l’armadio, io avendolo un po’ stretto ho preferito appenderla al muro con un chiodino.

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(Il metodo della gruccia)

Il secondo metodo, a cui ho pensato pochi giorni, fa riguarda invece un pannello di sughero. Lo trovate in qualsiasi negozio per la casa un po’ più rifornito, di solito vicino alle lavagnette. Ho pensato di attaccare al muro il pannello e di inserire le puntine nella bacheca, appendendo a quel punto le collane. Questo metodo l’ho trovato anche più agevole dell’altro perché mi permette di prendere i pendenti al volo senza dover aprire il moschettone della collana (specialmente per quanto riguarda i pendenti lunghi, che possono essere indossati direttamente senza bisogno di aprire il moschettone).

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(Il metodo del pannello di sughero)

(Vi chiedo scusa per le foto, che essendo amatoriali non sono perfette!)

Ovviamente sia la gruccia che la bacheca possono essere decorate con dei nastri colorati o in altri modi che vi piacciono, per renderle più vivaci e per farle diventare un vero pezzo di arredamento della camera!

Se avete trovato altri metodi e volete condividerli in un commento sarei felice!

Per quanto riguarda l’ordine in generale, di solito si chiamano pulizie di primavera, ma per me durano praticamente tutto l’anno e non hanno una scadenza! Vi capita mai quella sensazione di sconforto nel notare che qualcosa nella vostra casa non è esattamente in ordine come vorreste che fosse? La dispensa in cucina, l’armadio di camera vostra, il cassetto nel soggiorno e via dicendo. Per me è una sensazione costante, ogni periodo ha bisogno del suo cambiamento e sento il bisogno di rinnovare qualcosa. Si tratta di piccole cose, spostare un oggetto, cambiare cornici, cambiare la disposizione dei mobili. Per me è vita!

Spero vivamente di non essere la sola, e a chi pensa che siano i primi segnali di un disturbo ossessivo-compulsivo forse non avrà tutti i torti, magari ne avremo la conferma quando sentirò la necessità di aprire tutti i cassetti per un numero dispari di volte e di fare il giro della casa saltando su una piastrella sì e una no!

A presto,
The Hidden Girl

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Quotidianità

Oggi si torna alla realtà.

Sono finite le vacanze, è finito il quieto vivere. Da oggi si riparte, con lo studio, con la vita di tutti i giorni. 15 giorni di libertà prima del rientro alla dura quotidianità.

Sono finiti già i giorni fatti di sole, di sabbia, di mare. Di spiaggia, di ombrelloni, di costumi bagnati. Di occhialini, di esplorazioni, di curiosità. Fatti anche di dormite, mangiate, uscite. Quelle giornate che odoravano di salmastro, crema protettiva, fiori. Di gioia. Sono volati via in un momento, ma non mi pento nemmeno per un secondo di come siano andate queste vacanze. Anche se, tra ciclo inaspettato, punture di meduse, eritemi dolorosi e varie sbucciature sugli scogli sono stata messa alla prova!

Ho passato, per par condicio, metà delle mie vacanze al mare in cui vado da quando sono nata, a Donoratico (LI) e l’altra metà al mare in cui è sempre andato il mio ragazzo, a Castiglioncello (LI). Come degli equilibristi, abbiamo cercato di dividere gli oneri e gli onori, e sono molto felice della scelta di esserci accontentati entrambi in un gioco di rispetto e di condivisione. Sono stati dei giorni molto intensi, e a volte sognavo che non finissero mai.

E le vostre vacanze? Sono appena iniziate o come le mie sono terminate? Ve le state godendo?

Spero di sentirvi presto,

The Hidden Girl

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Non possiamo e non dobbiamo rimanere in silenzio

Pochi giorni fa in un paesino limitrofo al mio è successa una cosa sconvolgente che mi ha dato da pensare molto.

Non sono solita fare il giro del mercato la mattina, ma per tutta una serie di coincidenze questo lunedì mi sono trovata insieme a mia mamma e mia sorella a girovagare per le bancarelle di questo paesino. Eravamo molto contente, una giornata così non la passavamo insieme da moltissimi anni. Era mezzogiorno, e noi dovevamo tornare a casa a pranzare. Ci siamo avvicinate all’uscita del mercato, quando abbiamo iniziato a vedere che lungo la via principale c’era agitazione. Inizialmente non capivamo cosa stesse succedendo, sentivamo qualcuno alzare la voce, e noi insieme ad alcune persone ci siamo fermate a cercare di capire. Esattamente quando mi sono fermata è iniziato le spettacolo raccapricciante.

La visuale era ridotta, ma i miei occhi hanno catturato quei momenti come piccoli sprazzi agghiaccianti, e nella mia mente li rivedo ancora adesso come lampi.

Una macchina si è fermata dietro ad un’altra. Dalla prima è sceso un ragazzo di colore. Dalla seconda due ragazzi italiani. Questi due hanno iniziato ad inveire contro il ragazzo di colore, che è rimasto piuttosto attonito dalla loro violenza verbale. Lui, un po’ intimorito, ha fatto qualche passo indietro come per tenerli a distanza, e in un improvviso impeto di rabbia i due ragazzi italiani hanno iniziato a prenderlo a pugni e a calci.

Già lì, noi spettatori passivi, abbiamo iniziato a gridare di lasciarlo in pace.

Non abbastanza soddisfatto il più grande tra i 2 ragazzi italiani si è avvicinato alla sua macchina. Io non ci volevo credere, ma è accaduto davvero. Ha tirato fuori una spranga di ferro e, tornato dal ragazzo di colore, ha iniziato a pestarlo di brutta maniera con l’oggetto.

La paura è schizzata alle stelle, l’adrenalina, la nausea. Abbiamo iniziato tutti a gridare, ancora più forte, ci siamo avvicinati, ma la brutalità con cui lo colpiva e la rabbia negli occhi che aveva ci intimoriva. Siamo rimasti lì, impotenti, un momento prima a corrergli incontro per cercare di fermarlo, un momento dopo bloccarci per la paura che ci riservasse la stessa sorte. Non sapevamo davvero cosa fare. Dentro la macchina, da cui erano scesi i 2 giustizieri, un signore più anziano gridava e incitava il ragazzo che picchiava l’extracomunitario.

Quegli attimi sono stati eterni. Non finivano mai, sembrava di essere in un girone dell’inferno in cui devi assistere all’infinito ad una stessa azione, finché non hai la nausea. Finché non sei morto. E non oso immaginare cosa abbia passato il povero ragazzo pestato a sangue.

Poi è stato un attimo. I due ragazzi sono saliti in fretta e furia sulla macchina che ha sgommato e sfrecciato via. Quando le ruote hanno slittato e il motore surriscaldava ho sentito il panico farsi strada dentro di me. Siamo scappati via come se stessimo per subire un attacco terroristico, impauriti che avrebbe fatto una strage in mezzo alle bancarelle. Per un soffio non hanno investito decine di persone che stavano assistendo alla scena. È stato un fatto sconvolgente.

Non so come ma qualche presente ha preso la situazione in mano immediatamente ed è riuscito a prendere la targa della macchina. Siamo corsi tutti dal ragazzo pestato a sangue che era esanime a terra. Abbiamo pensato al peggio, ma pian piano si è alzato e si è messo seduto. La bocca sanguinante, gli occhi lucidi. Un ematoma importante sopra la testa, molti lividi sul corpo. Era stordito. Decine di persone hanno chiamato i carabinieri, in molti hanno trovato le linee occupate. Poi finalmente ci sono riusciti. Hanno spiegato i fatti, con il tremolio nella voce, e hanno dato il numero di targa. Abbiamo aspettato l’ambulanza mentre le prime ipotesi uscivano fuori. “Forse non ha pagato l’affitto”, “forse è una guerra tra bande”, “sarà che il mondo sta impazzendo”. Noi nella nostra quotidianità dei paesini in cui viviamo non siamo abituati a questi eventi così eclatanti. Assistere poi è quasi impossibile…

L’ambulanza ha stabilizzato il poverino, che ha iniziato a dare le prime informazioni riguardo all’aggressione. In effetti non aveva pagato l’affitto e si è ritrovato coinvolto in una spedizione punitiva da parte di questi individui. Qualche persona ha iniziato a fare dei nomi. “Sono dei tipi loschi”, “Hanno già fatto una cosa simile tempo fa”, “Quelli erano in tre, il padre che guidava e i figli che menavano”. Raccapricciante, tutto quanto.

Sono arrivati anche i carabinieri, due pattuglie, il maresciallo. Una calca di persone si è avvicinata, hanno chiesto chi avesse chiamato, queste persone hanno sporto denuncia. Hanno fatto i nomi, hanno riferito di nuovo la targa della macchina. I carabinieri hanno svolto brevemente le loro indagini preliminari e in seguito hanno chiamato i testimoni a redigere il verbale. Le persone hanno iniziato ad andersene, e così, con molta fatica e sconcerto, ce ne siamo andate anche noi.

Successivamente, nei vari articoli dei giornali online del nostro territorio, si è scoperto che i tre erano stati fermati e portati in caserma. È stato chiarito che hanno già avuto un precedente di quel tipo: avevano infatti già picchiato un altro extracomunitario, il quale era andato a chiedere che gli venisse pagato il suo stipendio arretrato. E giù botte. Sì, perché questo “padre”, che da dentro la macchina incitava il figlio a picchiare questo ragazzo, ha e ha avuto diverse attività nel territorio. Inconcepibile che fossero ancora a piede libero a pestare altra gente, in un luogo pubblico, in mezzo a bambini che piangevano impauriti e persone che gridavano di fermarsi.

Quando sono tornata a casa ho fatto delle ricerche su di loro. In primo luogo su facebook, che è la piattaforma principale su cui cercare le persone, la loro quotidianità, il loro vivere. Ho sbirciato nelle loro vite, perché non mi capacitavo di come potessero vivere con questa rabbia dentro. Ho scoperto che il ragazzo che si è macchiato la mano del sangue di un altro essere umano non ha nemmeno 25 anni. Ha una figlia, è in tutte le sue foto. Mi chiedo come possa crescere. Poi ci sono le foto con il suo “vecchio”, il “boss”, la “roccia”. Quello codardo che gridava “picchialo, picchialo” da dentro la macchina. Sempre lui. L’altro ragazzo, il fratello, un bambino. 20 anni appena, sempre festa, vita mondana e trallallà. Ha una foto con in braccio sua madre e gli altri due elementi della sua famiglia. 150 mi piace. Una bella famiglia, vista da fuori. Vista da chi non era presente quel lunedì mattina mentre compievano gesti da insulsi vigliacchi.

Vergognosi sono stati anche i commenti sotto gli articoli di giornale: “se avesse pagato l’affitto non sarebbe successo”, “Bene, io lo ammazzavo, mica solo botte”, “Tornate a casa vostra, prima o poi lo capirete”.

Qui mi sono fermata. Ho chiuso tutto. Ho smesso di leggere gli articoli, di trovare un volto amico, qualcuno che dicesse “davvero vogliamo giustificare questo atto così violento?”. Non so, ho aspettato e sperato invano. Qualcuno, parlando, mi ha dato della buonista. Forse è così, non saprei dire. Non sono mai entrate nella questione “migrazione” perché è un tema spinoso e difficile da affrontare senza cadere nella banalità. Ma davanti a quell’evento io mi sono chiesta più e più volte: quand’è che abbiamo smesso di essere umani? Quand’è che abbiamo smesso di compatire gli altri, di difendere i deboli, di provare compassione? Soprattutto, può un affitto non pagato essere giustificazione di quanto successo? E che scusa diamo all’altro extracomunitario che prima di questo episodio è stato picchiato perché non ha ricevuto lo stipendio ed è andato a chiedere l’arretrato? Non so cosa rispondere, a tutte queste domande. Sto perdendo la fiducia nell’umanità, c’è sempre più odio, c’è sempre meno solidarietà. Certo, lui avrebbe dovuto pagare, non c’è niente da dire in merito. Ha sbagliato. Ma nel 2018 giustiziare le persone come può essere ammesso? In che razza di evoluzione stiamo andando incontro? Forse dovremmo parlare in INvoluzione?

Io, ad oggi, ho tanta amarezza per i fatti quotidiani di cui sentiamo parlare. Aumentano i disastri, le persone stanno uscendo di testa, e le istituzioni (e indirettamente noi stessi) non ci impegniamo abbastanza. Non siamo un popolo unito, ma gli extracomunitari non ne sono la causa. O almeno non dovrebbero esserlo.

L’ultima domanda che mi pongo, e che porrei agli altri, a conclusione di ciò è: siamo capaci, anche nel nostro piccolo, di smettere di farci giustizia da soli? E la domanda correlata: quanta fiducia abbiamo nella giustizia italiana?

Io le risposte le sto ancora cercando, e provo, per quanto mi è possibile e quando me lo ricordo, di non regredire nel mio processo di evoluzione, ma di sostenere che siamo nel 21 secolo, e la legge dal taglione dovrebbe essere ormai superata.

 

The Hidden Girl

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Quella volta che ho usato il pirografo

Dopo più di un mese che non scrivo, la primavera che è iniziata e l’allergia che ormai si è fatta mia amica, penso sia giunto il momento di farvi sapere che sono ancora (più o meno) viva e che sono solo un po’ rallentata dall’antistaminico e dal cambio di stagione che non mi fa dormire. Beh, non sono mai stata amante della primavera. Sì, belli i fiori che sbocciano, la natura che si risveglia. Il polline, i fazzoletti, gli starnuti, gli occhi rossi, il coma. Come ho detto, non sono mai stata amante della primavera.

Riguardando il mio blog mi sono accorta che qualche mese fa c’è stato un afflusso un po’ particolare di visite all’articolo in cui parlavo del “Pirografo” (potete trovare l’articolo cliccando QUI) e per assurdo mi sono anche accorta che, nonostante tra i miei piani ci fosse quello di inserire un successivo articolo in cui vi avrei fatto vedere cosa sarei riuscita a produrre con questo oggetto meraviglioso, questo articolo non è mai nato! Dunque ho deciso, con un ritardo di almeno 5 mesi (Brava me!!!), di radunare le foto che ho orgogliosamente fatto (anche se sono un po’ arrangiate) e di condividere con voi il lavoro che ne è uscito, per rendere più concreto il prodotto di uno strumento di cui ho parlato in modo tanto euforico.

La prima fase è stata ricavare da un tronco seccato delle rondelle di legno. Non entro nel dettaglio perché questo è un lavoro da uomini e motoseghe (sappiamo tutti che vi divertite un mondo!). La foto che vedete per prima è il pezzo di legno che ho ricavato una volta tagliato il tronco. Dopo aver tolto grossolanamente la corteggia dal pezzo lo abbiamo piallato con lo strumento apposito, per uniformare la base su cui poi poi abbiamo lavorato. Questo in generale è molto importante perché rende liscio il legno e in questo modo riusciamo a lavorarci. Infine, prima di iniziare il vero lavoro, abbiamo ripulito per bene con un semplice coltellino il pezzo di legno, togliendo accuratamente la corteccia che era rimasta attaccata al pezzo di legno. Come vedrete nellaprima foto, accanto al nostro tronco era cresciuta una pianta di edera, così i rispettivi cerchietti tagliati li ho ripuliti e conservati per decorare in seguito il pezzo di legno.

La fase successiva è stata mettere finalmente mano al pirografo e incidere una breve scritta. Questa è stata la parte forse più divertente. Nella nostra testa c’era l’idea di scrivere degli auguri per Natale, per cui abbiamo deciso di scrivere su 3 pezzi “Buone Feste” e sui restanti 3 “Auguri”.
In seguito, dopo aver ripulito il legno con un panno lievemente bagnato, abbiamo dato una mano di “Flatting trasparente incolore all’acqua” con un pennello, secondo le indicazioni che riportava il barattolo. Potete scegliere anche un lucido diverso, dipende dall’effetto che volete dare al vostro pezzo di legno. Con il flatting si protegge il legno da agenti atmosferici, e per questo è adatto a resistere anche se viene tenuto fuori all’aria aperta o esposto alla pioggia. Per quanto mi riguarda ho deciso di dare una sola mano per non appesantire il colore del legno, che mi piaceva già così com’era.

A questo punto, con la base del vostro legno, potete creare moltissime combinazioni su come “addobbarlo”. Noi abbiamo deciso di inserire una candela per usarli come centrotavola al cenone di Natale, e abbiamo dato sfogo alla nostra fantasia! (cliccando QUI trovate l’articolo in cui parlo di ciò che mi è servito per creare questo lavoretto).
Abbiamo attacato la candela su un lato della base con la colla adesiva super Attack e l’abbiamo circondata con i pezzetti di legno ricavati dal tronco dell’edera di cui vi hi parlato prima, alternandoli con quelle che noi abbiamo simpaticamente chiamato “mini-pigne” (nelle foto si vedono attorno alle candele). Se volete inoltre riutilizzare negli anni successivi questo centrotavola potete, anziché attaccare la candela direttamente sulla superficie del legno, comprare un piccolo posacenere dentro cui inserire la candela, di modo che quando si sarà consumata tutta potrete comprare semplicemente una nuova candela da reinserire nel vostro posacenere.
Sull’altro lato della nostra base abbiamo deciso di attaccare sempre con la colla super Attack una pigna. Prima però abbiamo spruzzato sulla parte superiore della pigna la neve finta (quella che trovate nel periodo di Natale per fare, appunto, la neve finta sul presepe) e l’abbiamo decorata ad uso albero di Natale attaccando su ogni protuberanza delle palline glitterate, alternate gialle e rosse (molto natalizie).

Questo dunque è stato il risultato finale:

 

Spero che vi sia piaciuto questo lavoretto e che troviate qualche ispirazione o spunto per poter fare dei centrotavola fai-da-te che, vi assicuro, saranno molto aprezzati!

E voi avete dei vostri articoli da consigliarmi dai quali io a mia volta potrei trarre qualche idea? Con o senza pirografo, si intende!
Attendo qualche vostro suggerimento e vi saluto con affetto!

Un abbraccio immenso e (spero) a presto!
The Hidden Girl

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